lunedì 16 gennaio 2017

PEOPLE_Loulou de La Falaise



Quando oggi indossiamo blazer e pantaloni di seta, in testa osiamo un turbante, al polso facciamo tintinnare una miriade di bracciali etnici e giochiamo col color block, è a Loulou de La Falaise (all’anagrafe Louise Vava Lucia Henriette Le Bailly de La Falaise) che ci rifacciamo, per trent’anni ispiratrice e collaboratrice di Yves Saint Laurent, icona e regina della scena parigina più mondana.
Alchimia di nobili radici irlandesi, raffinate genie francesi ed eccentricità britanniche, aveva un’allure unica: sottile come un foglio di carta, con i suoi boccoli rosso tiziano e gli occhi grandissimi spalancati sul mondo, maschera con atteggiamenti da garçonne la sua innata timidezza, sviluppando un’iconica magnitudine e, al contempo, un’inafferrabile ambiguità.
Un’androginia di cui Loulou era consapevole e fiera, tanto da saperla dosare sapientemente (non usciva mai senza tacchi) e forse eredità della bisnonna Vavarina Pike, che era solita stupire gli abitanti della sua cittadina irlandese indossando cardigan e fedora comprati nei reparti rigorosamente maschili dei department store londinesi. Ma Lady Pike non era l’unica a caratterizzare una genealogia costellata di stile. La nonna, Lady Rhoda Birley, moglie del ritrattista prediletto di Queen Mary, Sir Oswald Birley, era una donna d’innata bellezza, con la passione per il giardinaggio, la botanica e le arti. La madre, Maxime Birley, musa di Elsa Schiaparelli, Jacques Fath e Paquin, era per Cecil Beaton l’unica inglese davvero chic. Nel 1946 sposa l’aristocratico francese, scrittore e intellettuale, conte Alain de Bailly de La Falaise: due anni dopo nasce Loulou e l’anno successivo il secondo figlio Alexis. Il matrimonio, però, ha vita breve: accusata di tradimento, Maxime decide di divorziare, perdendo ogni diritto sui figli. Loulou e suo fratello crescono in una cattolicissima famiglia d’affido in provincia, a Seine-et-Marne. Per Loulou è un periodo difficile, al quale trova rimedio con l’immaginazione e la forza evasiva da essa sviluppata. Proprio in questi anni impara a rispondere alle difficoltà della vita con una risata, facendo finta che tutto vada bene. Con eleganza traveste il suo coraggio in indifferenza; diventa impermeabile e inizia il suo pellegrinaggio in vari istituti: le medie in Inghilterra, il liceo francese a New York, fino a terminare gli studi in collegio a Gstaad. Adolescente, ritorna a Londra, dandosi a una vita da vera socialite aristochic, complice lo zio Mark Birley, patron del night club Annabel’s di Berkeley Square, mecca delle star del rock e della moda. Alla fine degli anni ’60, decide di seguire la madre, che si è risposata col curatore del Met, a New York. Qui conosce Diana Vreeland, storico direttore di Vogue America, che se ne innamora: in men che non si dica fa la sua comparsa sulle pagine della rivista, fotografata da Richard Avedon e Helmut Newton. Tuttavia, quella della modella non è la sua strada, essendo troppo magra e petite come si definiva lei stessa. Ha più successo, infatti, come designer di tessuti per Halston, stilista di cui è amica.
Nel 1966, quasi per gioco, sposa l’aristocratico inglese Desmond FitzGerald, ma l’unione naufraga dopo poco tempo. Torna a New York dove divide l’appartamento con Berry Berenson, sorella di Marisa e nipote di Elsa Schiaparelli. Trascorre il natale con Mick e Bianca Jagger; frequenta il clan di Andy Warhol; è intima di Fred Hughes, storico direttore della Factory, e di Gerard Malanga, assistente del padre della pop art, fotografo e regista. Loulou è una delle giovani regine del mitico Studio 54, ma il richiamo della metropoli londinese si fa sentire: parte e qui partecipa al casting dello scandaloso film Performance di Nicholas Roeg a fianco di Mick Jagger. Qualche tempo più tardi conosce lo stilista Fernando Sanchez e si trasferisce nel suo appartamento di Parigi di Place de Furstenberg, dove avviene uno degli incontri più significativi della sua vita in occasione di uno speciale tea party a base di brioche calde e marijuana. Quel giorno suonano alla porta Betty Catroux, Thadée Klossowski de Rola, scrittore e figlio del pittore Balthus, Pierre Bergé e Yves Saint Laurent. Sarà stato per i suoi tratti che evocano un quadro di Edward Burne-Jones ma senza tragicità, per la sua risata folle, per la vitalità contagiosa, Loulou incanta il couturier. Incantevole ed etera nel suo completo pantalone di Ossie Clark, con una collana di vetro colorato al collo e un foulard annodato sui capelli splendidamente spettinati, Loulou appare magnetica, elegante e raffinata, quintessenza di aplomb aristocratico e di un modernissimo swinging London. Yves la invita a Marrakech, dove strabilia tutti con i suoi look originali, fatti di sarong, turbanti e parei. Non si vergogna di niente e nessuno. Il suo guardaroba è eclettico al punto da sconvolgere i codici vestimentari dell’epoca. Ha le idee chiare su cosa le stia bene e cosa debba bandire. Regola numero uno: meno vestiti possibili, essendo troppo piccola e troppo magra. Via libera, quindi, a pantaloni che allungano la figura, abiti striminziti dall’aria fanciullesca e stivali. Regola numero due: accessori a gogò. Cinture, bracciali, foulard: una cascata da mixare sapientemente con abiti dal gusto vintage.
A distanza di tempo, si comprende come Loulou sia stata l’antesignana del tanto predicato boho look à la Kate Moss. La prima ad avere sperimentato dress code del tutto inediti per l’epoca. Quattro anni dopo il loro incontro, mentre è in Sardegna con l’amica Diane Von Furstenberg, riceve una telefonata di Yves Saint Laurent che le propone di lavorare per lui. Nel 1972 comincia a disegnare la maglieria e gli accessori della maison. Il couturier è rapito dal gusto che possiede nel mixare i colori, dando vita ad abbinamenti del tutto nuovi. Per lui Loulou è un laboratorio di creatività: collane tempestate di jet, amuleti di vetro blu, chokers che sembrano fatti con ciottoli levigati dal mare di Bretagna, voluminosi bangles dorati incrostati di pietre, gli smalti, le lacche cinesi, gli orecchini scenografici e poi gli immancabili turbanti e foulard. Loulou rivela una grande cultura visiva, è disciplinata nel lavoro e instancabile. Immette nella vita del laborioso Yves Saint Laurent un’impronta bohèmienne, sensuale, edonista e gioiosa. Diviene la sua musa, l’ispirazione dietro le collezioni “folk” dei cosacchi russi e delle imperatrici cinesi. E sempre lei è dietro la rivoluzione di genere, che implica l’adozione di codici boyish da parte del côté femminile, per donne che amano sempre di più indossare lo smoking. A lei sono affidate la gestione e la supervisione del backstage delle sfilate ed è lei a essere la confidente del maestro.
Una simbiosi creativa e professionale che diviene un rapporto di stima reciproca, ma, soprattutto, di amicizia. Yves Saint Laurent, infatti, le organizza un indimenticabile party per il secondo matrimonio di Loulou con Thadée Klossowski de Rola presso lo Chalet des Iles, nel Bois de Boulogne, decorandolo come per uno sposalizio indiano. È l’11 giugno 1977: gli invitati, il gotha della società, arrivano a bordo di battelli fioriti, e la sposa, fedele alla sua vena androgina, è vestita da maharaja, con pantaloni sarouel, camicia, giacchino, calze e guanti bianchi, scarpette d’argento, cintura con pompon, una moltitudine di collane, grandi orecchini e in testa un turbante sormontato da una spilla gioiello e da una lunga piuma rossa, che riprende il bouquet di rose scarlatte. Ça va sans dire, tutto YSL Rive Gauche, la linea di prêt-à-porter lanciata dallo stilista. Look total white anche per lo sposo così come per lo stesso couturier. Dopo otto anni Loulou ha una figlia – l’adorata Anna – a cui ovviamente Yves fa da padrino.
La maternità rende Loulou ancora più gioiosa e più consapevole. Finiscono le serate e le uscite notturne e anche l’atmosfera della maison sembra assopirsi. Nel 2002 Yves Saint Laurent decide di ritirarsi dalle scene. Anche Loulou lascia il marchio e si cimenta con una linea di bijoux tutta sua. L’anno dopo apre una boutique. Le sue creazioni rappresentano la quintessenza del suo gusto: lacche colorate, pietre semi preziose, bei materiali, pregiate lavorazioni. Alle collezioni dona nomi poetici - I fiori del male, Sogno di una notte di mezza estate, ecc. - e a ogni pezzo il nome di una località a lei cara: Patmos, Barcellona, Udaipur, Tanger, Bahia. Ama l’antica tecnica Grispois, una lavorazione del vetro molto francese e molto delicata, raffinata e in via d’estinzione. Vende anche abiti, accessori, complementi d’arredo. Disegna gioielli anche per Oscar de La Renta; collabora con Target nell’ideazione di bijoux per tutte le tasche.

Inizia però un periodo nefasto per Loulou: nel 2008 muore Yves Saint Laurent, mentore e amico di una vita; nel 2009 è la volta di sua madre. Nel 2011 Pierre Bergé le affida la direzione artistica della mostra parigina Saint Laurent Rive Gauche, la Révolution de la Mode. Poco dopo, ormai malata, lascia il suo bellissimo atelier, chiude i negozi, abbandona Parigi e si rifugia con la famiglia in Normandia. Il 5 novembre 2011, a soli 63 anni, muore nella casa di campagna a Boury en Vexin, in compagnia del marito e della loro unica figlia Anna. È così, in silenzio, che se ne va una donna “rara” come la definiva il suo maestro. Una donna che ha insegnato l’arte del mix & match, a osare con i colori, a giocare con gli accessori, a non essere mai uguali a se stesse, a esprimere la propria personalità senza temere il giudizio degli altri.

venerdì 13 gennaio 2017

LEISURE_Look at Me!

Foto di Barbara Klemm © Barbara Klemm


Ancora pochi giorni, fino al 29 gennaio 2017, per vedere la mostra “Look at Me! Da Nadar a Gursky: il ritratto fotografico nella Collezione d’Arte UniCredit” presso l’UniCredit Pavilion.
Un’esposizione che ripercorre le opere della ricchissima Collezione d’Arte di UniCredit. Un percorso per immagini iniziato nel 2009 con una serie di installazioni in giro per l’Europa: da Vienna a Istanbul, da Herford a Mosca a Torun. Momenti di confronto e di stimolo a riflessioni sull’attualità e le tematiche ad essa legate attraverso il linguaggio artistico sia del presente che del passato.
In Italia, la collezione è stata esposta al Palazzo della Ragione di Verona nel 2010 e al MAMbo di Bologna nel 2013, mentre proprio UniCredit Pavilion è stato inaugurato due anni fa come luogo espositivo con l’originale esperimento di “Lo Sguardo di”, mostra costruita sulle scelte dei dipendenti del gruppo.
Questa esposizione, pertanto, si colloca all’interno di un recente ma già riconosciuto filone artistico, rispetto al quale presenta una novità di assoluto rilievo: per la prima volta in Italia viene proposta una selezione esclusivamente concentrata sulla fotografia.
A sottolineare il carattere esclusivo della mostra, due ulteriori elementi: la focalizzazione su un unico tema - il ritratto - declinato in profondità e la presenza di opere che vanno dalle origini della fotografia fino ai giorni nostri.
Il ritratto quale fil rouge dell’esposizione risponde a una ragione che non è solo di carattere storico e artistico, ma vuole essere ancora una volta un’occasione per riflettere sul nostro rapporto con le immagini, con il loro significato e con il loro uso del presente e del passato.
Concepita come una panoramica da fine 800 ai giorni nostri, la rassegna è composta da 170 opere ed è articolata sui tre livelli di UniCredit Pavilion, proponendo una narrazione in sei sezioni tematiche. A piano terra, le sezioni “Il volto della società” e “L’individuo e la massa” prendono in esame il rapporto tra la figura e l’ambiente circostante, considerato nelle sue differenti forme di apparizione e di influenza sul singolo: qui sono esposte, tra le altre, opere di Cartier-Bresson, Weegee e Ghirri. Sulla Passerella dell’Arte, “L’artista come modello” e “Hall of fame” mostrano una galleria di ritratti di artisti del XX secolo, di politici, intellettuali e affrontano il tema della rappresentazione della celebrità e delle retoriche a essa collegate. Tra questi si possono ammirare lavori di Nadar, Man Ray, Catalano e Marclay. In Green House, “Il ritratto del corpo” e “La messa in scena” presentano ritratti in studio e in posa che raccontano una società, spesso la medesima dei ritratti rubati in strada, che  mira a inventare o reinventare il volto, la persona o il mondo che la circonda. In questa sezione sono esposte le opere di Bellocq, Richter, Arbus e Probst.

LOOK AT ME! Da Nadar a Gursky: il ritratto fotografico nella Collezione d’Arte UniCredit
UniCredit Pavilion, Piazza Gae Aulenti, Milano
Fino al 29 gennaio 2017

10.00 – 19.00, chiuso il lunedì

mercoledì 11 gennaio 2017

ART & CULTURE_Giorgio De Chirico in mostra a Milano

Giorgio De Chirico, Cavalli in riva al Tirreno, 1970.
Litografia colorata a mano dall'artista

29 ARTS IN PROGRESS gallery (via San Vittore 13, Milano), nuovo centro nevralgico della vita culturale milanese, apre il nuovo anno con una rassegna dedicata a Giorgio De Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978), uno degli artisti più importanti e riconosciuti del XX secolo.
Un appuntamento unico nel suo genere, grazie al quale 29 ARTS IN PROGRESS gallery, realtà tra le più attente all’arte contemporanea e alla fotografia, con forti radicamenti nella tradizione culturale e figurativa occidentale, si apre ai grandi maestri del ‘900.
L’esposizione, in programma dal 12 gennaio all’11 febbraio 2017, curata da Nikolaos Velissiotis, propone 30 opere, tra dipinti, disegni, sculture in bronzo e litografie acquarellate da de Chirico stesso e rappresenta un omaggio al maestro proprio nella città che ha ospitato nel 1980 a Palazzo Reale una grande antologica del suo lavoro.
Il titolo della mostra, Quell'uom di multiforme ingegno, tratto dall’invocazione alla Musa dall’Odissea di Omero, accomuna la figura di Ulisse a quella di de Chirico. Come afferma il curatore, che condivide con l’artista lo stesso luogo di nascita, “Non è abituale accostare il nome di de Chirico a Ulisse. Il suo nome fa piuttosto riferimento a Ermes - Chirico in greco significa il messaggero degli dei - o a uno dei Dioscuri, figli di Giove. Invece credo che Ulisse sia il nome più appropriato, considerando la molteplicità dei suoi interessi, i continui spostamenti e l’inevitabile ritorno nietzschiano, da lui più volte descritto nei suoi testi”.
Un appuntamento imperdibile, da segnare in agenda, per esplorare l’estro creativo di uno dei più grandi interpreti della cultura del secolo scorso. Complice una chiave di lettura nuova, sarà un interessante viaggio alla scoperta della sua arte, dei suoi valori, dei suoi messaggi. Un modo inedito di vivere l’artista e il suo lavoro.

Note biografiche
Giorgio de Chirico nasce nel 1888 a Volos, in Grecia, da genitori italiani. Dopo la morte del padre, si trasferisce a Monaco di Baviera con la madre e il fratello, il pittore Alberto Savinio, e qui si iscrive all’Accademia di Belle Arti. Nel 1910 si sposta a Firenze, dove dipinge i suoi primi quadri metafisici; l’anno successivo è a Parigi dove sviluppa il tema della Piazza d’Italia. Partecipa per la prima volta a una mostra nel 1912, al Salon d’Automne, e viene notato da Picasso e Apollinaire, che lo definirà “il pittore più entusiasmante della nuova generazione”. Nel 1924 e nel 1932 partecipa alla Biennale di Venezia, e nel 1935 alla Quadriennale di Roma; in questi anni si trasferisce a New York dove collabora con Vogue e Harper’s Bazaar ed espone le sue opere alla Julien Levy Gallery. Si trasferisce definitivamente a Roma nel 1944, dove muore in seguito a una lunga malattia nel 1978.


GIORGIO DE CHIRICO. Quell'uom di multiforme ingegno
12 gennaio - 11 febbraio 2017
Milano, 29 ARTS IN PROGRESS Gallery - Via San Vittore 13
Orari: martedì-sabato, 11.00-19.00 - Altri giorni e orari su appuntamento
Ingresso libero
Informazioni
: tel. 02 94387188; 392 1002348, info@29artsinprogress.com

Sito internet: www.29artsinprogress.com

lunedì 12 dicembre 2016

PEOPLE_Christian Louboutin


Materiali inediti – tra i quali, per esempio, la corteccia di palma per uno spettacolo a Pigalle - e tacchi scultura sono i tratti distintivi dell’estro calzaturiero di Christian Louboutin, creatore e artigiano insieme.  Lo stilista di scarpe dalle celebri suole rosso scarlatto. Una vocazione innata per il senso del bello, tradotta in linee e forme quintessenza di una trasgressiva femminilità, raffinata e conturbante al tempo stesso, elegante ma languida quel tanto che basta per innalzare le sue creazioni a oracolo del desiderio.
Nato a Parigi nel 1964, sin dalla tenera età sviluppa una sensibilità particolare per l’universo femminile crescendo attorniato dalle sue donne: la madre e le tre sorelle. Uno scenario che gli fa conoscere gli aspetti più segreti del magico mondo femmineo: ne diventa amico e complice, comprendendone le logiche e i linguaggi, messaggi subliminali per capirne le effettive esigenze e rispondervi con irresistibili tentazioni. Un’inclinazione naturale, quindi, sviluppata in famiglia e avvalorata dalla fascinazione subita in età giovanile dalla vita notturna dei nightclub. Le showgirl e il loro luccichio abbagliante gli ispirano le note più glamour di quelle che saranno le sue creazioni: a 16 anni i suoi disegni sono acquistati da una rinomata scuola di danza. Segue l’esperienza professionale, intrapresa con un primo praticantato al Folies Bergères e consolidata nella bottega di Charles Jordan in Romans. Lavora in seguito con Maud Frizon e con Chanel fino alla lunga e significativa collaborazione con Roger Vivier. Una tappa importante, questa con Vivier, perché segna inevitabilmente il futuro di Louboutin: trovando un paio di scarpe indossate all’incoronazione dello Scià Iraniano Mohamed Reza Pahlavi e delle décolleté di diamanti di Marlene Dietrich, comprende il suo destino, ossia disegnare veri e propri gioielli per piedi di dive e divine. Da qui in poi per la sua creatività visionaria e lungimirante non vi è più limite. Nel 1991 realizza e firma la sua prima collezione; l’anno successivo segue l’apertura del negozio di rue Jacques Rousseau nella Ville Lumière che annovera tra le clienti personaggi del calibro di Caroline di Monaco, Madonna, Nicole Kidman, Cher, Carolyn Bessette-Kennedy.  Le sue scarpe divengono per donne e celebrità sinonimo di sensualità e bellezza insieme; viene notato dal fashion system italiano e inizia a collaborare con gli stilisti più importanti: Chloé, Lanvin, Roland Mouret, Diane Von Furstenberg, Alexander McQueen, Viktor & Rolf. Per anni firma le fantasmagoriche calzature di Jean Paul Gaultier.
Nel 1998 vince il Fashion Footwear Association of New York Award, trofeo dell’anno per il miglior stilista di calzature e negli ultimi anni lancia la sua linea di borse abbinabili alle scarpe, caratterizzata da uno stile inconfondibile.
Inneggiando alla creatività più pura – “Con queste scarpe non si può pensare né di camminare, né tantomeno di correre, sono state realizzate per stare sdraiate”, questo il suo motto -, cavalca un ventennio celebrato proprio nel 2012 con una capsule collection di 20 modelli di scarpe e borse, l’inaugurazione della prima boutique online rivolta al mercato europeo, un libro edito da Rizzoli e un’interessante mostra al Design Museum di Londra. Ma non è tutto. Attratto dall’universo femminile in tutte le sue sfaccettature, a maggio del 2012 annuncia il lancio di una collaborazione con Batallure Beauty per la linea di cosmetici Christian Louboutin Beauté.
Qualche curiosità di Monsieur Louboutin: fonte di grande ispirazione sono l’amore per il giardinaggio e la passione per l’oriente; la suola rossa – “provocatrice d’invidie” – è stata al centro di una causa legale, con lo scopo di rivendicare la celebre nuance cromatica come patrimonio esclusivo della Maison; le sue creazioni sono state calzate - e lo sono tuttora - da schiere di celebrities, da Catherine Deneuve a Angelina Jolie, da Madonna a Victoria Beckham, passando per Sarah Jessica Parker, Blake Lively e Lady Gaga; grande amico della regina del burlesque, Dita Von Teese, ne personalizza le scarpe di ogni show; nel 2007 è stato impegnato nella mostra fotografica a tema fetish di David Lynch presso la Galerie du Passage di Parigi e per la cui realizzazione lo stesso regista ne ha richiesto espressamente la collaborazione: da qui la creazione da parte del genio dello stiletto delle fetish ballet heels, dal tacco vertiginoso a dir poco e dall’immancabile suola rossa, ça va sans dire; nel 2010 ha dedicato una sua calzatura, chiamata “Blake”, all’attrice e grande estimatrice del marchio, Blake Lively.

Insomma, Louboutin: un nome, una garanzia. Garanzia di femminilità e stile, trasgressione ed eleganza, intrigo e raffinatezza. Per osare in punta di tacco senza sussurri, ma esaltando le note più glamour di aspetti così forti, innata dotazione dell’universo femmineo.